16 ottobre del 1943

Sono da poco passate le 5.00 del mattino ed il silenzio di un angoscioso sabato di guerra viene rotto dalle urla della paura. E’ il 16 ottobre del 1943, giorno in cui la “canaglia nazista” soffoca i sogni di più di mille romani, tra di loro più di duecento bimbi. Due giorni dopo, diciotto vagoni piombati partono dalla stazione Tiburtina verso il campo di concentramento di Auschwitz. Solo quindici uomini ed una donna torneranno a casa, nessuno dei bimbi è mai tornato…

“E non cominciarono neppure a vivere” recita la targa in ricordo dei “neonati sterminati nei lager nazisti” a Portico d’Ottavia a Roma, di fronte all’Isola Tiberina… parole come macigni nelle nostre coscienze, scolpite con l’odore del sangue nella pietra fredda quasi a supplicare un soffocato “Perché?”

Nella sofferenza voglio parlare di questo tragico, straziante ed ignobile evento al presente: si, perché mentre i testimoni di quanto accadde in quegli anni, dalla promulgazione delle leggi razziali del 1938 (un anno dopo la nascita di mio padre), pian piano e malinconicamente abbandonano la scena della vita, il compito che ci rimane è quello di mantenere accesa la fiaccola della memoria. Non vorrei neanche, nello strazio che mi accompagna nello scrivere queste poche righe, parlare di coloro che cercano di “revisionare” la storia… se faremo il nostro dovere, se ascolteremo la nostra coscienza, se testimonieremo le urla di quel maledetto 16 ottobre del 1943, nessuno potrà mai dimenticare.

In quegli anni in Italia “furono eseguiti 1.898 arresti di ebrei da parte di italiani, 2.489 da parte di tedeschi, 312 vennero compiuti in collaborazione tra italiani e tedeschi, mentre non si conosce la responsabilità dei rimanenti 2.314” (“La resistenza silenziosa” di Marco Impagliazzo, Guerini e Associati, 1997).
Tanti, troppi ebrei, ancor prima romani, ancor prima uomini.

La lapide commemorativa del 16 ottobre (sempre a Portico d’Ottavia) recita ancora “i pochi scampati alla strage, i molti solidali, invocano dagli uomini amore e pace” e io, con la penna rotta dalle lacrime, aggiungo: “invocano il ricordo!”.

16ottobre1943.globalist.it

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